Per parlare di Brunello bisogna innanzitutto parlare di Sangiovese

Per parlare di Brunello di Montalcino, voglio rifarmi al testo di Luciano di Lello Viaggio nel nuovo vino italiano” che descrive con straordinaria attenzione l’evoluzione dei vini in Italia.

Secondo Di Lello, per parlare di Brunello bisogna innanzitutto parlare di Sangiovese, non vi sono infatti dubbi che il più grande Sangiovese nasca a Montalcino. 

Nel primo disciplinare DOC del ’67 ritroviamo i parametri, che rappresentano lo standard minimo per poter ottenere l’imprimatur di brunello, si trovano valori che sono medio-alti in grado alcolico ed estratto,  decisamente alti in acidità e soprattutto con l’obbligo a sostare quattro anni nelle botti. Ciò rappresenta un colpo alla freschezza del vino, ed è una regola che oggi nessuno sosterrebbe più, visto che il tempo di legno è stato via via portato a 42 mesi, infine a 36; ma che aiuta a capire come l’idea di Brunello sia stata fortemente condizionata da un’antica ricetta, in cui il vino apparentemente arrotonda la sua carica tannica, perdendo però anche i valori di frutto e la loro necessaria fragranza e freschezza.

Negli anni ’70 e ’80 il numero dei produttori era in forte crescita, portando con sé varie conseguenze. Una di esse  era l’improvvisazione di diversi produttori a fare Brunello. Famiglie che non avevano mai prodotto vino, che si trovano ad avere tra le mani la fortuna di vigneti dall’enorme valore e che decollavano quindi con un vino sicuramente complesso e difficile da ottenere. Inevitabili in questo caso due conseguenze, la prima relativa agli anni più o meno lunghi di apprendimento e l’altra sul puntare nella maggioranza dei casi verso il Brunello della tradizione, proprio per la mancanza di una cultura profonda e critica del vino.

Contemporaneamente però si ha anche l’immissione di nuove forze in campo e tra l’altro di varia provenienza. Montalcino diventa luogo di grossi investimenti e tutto questo provoca nel suo complesso anche un primo svecchiamento culturale e la messa in discussione di tutta una serie di parole d’ordine.

Anche qui si inizia quindi a parlare in modo sempre più consapevole di morbidezza, di frutto ancora fresco, di vini meno duri e acidi. Nel Montalcino, con le dovute differenze di versante ed altitudine il Sangiovese nasce impenetrabile nel colore, profondissimo di frutto, altissimo nell’estratto e dunque carnoso e succulento come in nessun’altra parte della Toscana.

Il Brunello ha dunque in sé un potenziale di modernità ancora tutto da utilizzare ed esprimere con vini che hanno dei parametri diversi e superiori alla vecchia codificazione. Di similare resta questo valore polifenolico che dà al vino un’estrema serbevolezza, ma, se le produzioni sono pilotate ad una bassa produzione di uva, questo Sangiovese non è più magro ed acido, ma totalmente grasso e ricco, tanto da avvolgere i tannini di polpa sensuale e morbida e la bontà delle vinificazioni può poi portare ad una loro estrazione dalla qualità sempre più dolce e vellutata.

Si tratta quindi di un’inversione di base fortemente positiva che, giunti alla fine degli anni ’80, porta a respirare un’aria nuova a Montalcino. Come già detto, gli anni di legno si abbassano a tre, fermo restando ovviamente che il vino non può essere venduto prima del quinto anno. E’ un primo passo, ma è indicativo di un cambiamento di mentalità e di modo di intendere il vino quanto mai profondo e significativo. La via è lunga, complessa e faticosa. Nel Brunello  è occorso un lungo tempo perché le ricerche poterono arrivare alla luce e quindi al mercato. Le prime avvisaglie giunsero con qualche Brunello ’86 e ’87 (messi appunto in commercio nel ’91 e ’91). Ma è con la grande vendemmia ’88 che si può contare su un cospicuo numero di etichette che dimostrano un grasso ed uno spessore quasi non intaccato dal tempo in legno. E poi nuova altissima conferma sulla successiva e straordinaria annata che è stata la ’90.

Il Brunello alla fine degli anni ’90 si trova in una specie di gap tra una consistente avanguardia di etichette dal valore molto alto, in cui si è riusciti a mantenere i caratteri delle uva in una buona freschezza di frutto, senza dunque estenuarlo ed altri invece ancora legati al gusto che è prevalso nei decenni passati.

Per tutta una serie di ragioni burocratiche, conseguenza sempre delle regole del Disciplinare, il Brunello di Montalcino, quando viene posto in commercio, è stato di fatto imbottigliato solo da pochissimi mesi ed, appunto per questo, è ancora fortemente squilibrato, scomposto e non ancora compiuto tutto il suo complesso bouquet. E’ dunque importante che queste bottiglie siano conservate per almeno 12-24 mesi, in modo da esaltare la prima composizione dei profumi, consumando il Brunello quindi non prima del suo 7°-8° anno.

Ecco alcune importanti aziende che producono Brunello di Montalcino:

 LISINI
 COL D'ORCIA
TENUTA CAPARZO
SALVIONI
CASANOVA DI NERI
CONTI COSTANTI
ILPOGGIONE

CIACCI PICCOLOMINI D'ARAGONA
SIRO PACENTI

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Commenti

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Barbara
 
10 Agosto 2011 08:02

Grazie Benedetto! Sto pensando di fare un corso da sommelier, ma sono ancora molto indecisa.
Nel frattempo sto cercando di imparare qualcosa dei vini e sono arrivata a questo articolo, proprio perchè il Brunello mi ha sempre incuriosito ma la mia conoscenza al riguardo è piuttosto superficiale.

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