Naturale che è gassata

Prodotto “secondo natura”, “salumi di natura”, le “delizie della natura”, “formaggi naturali”, “caffè decaffeinato naturalmente”, la “natura di prima mano”. E ancora: “fenomeni naturali”, “tuttanatura”, “solo ingredienti naturali”, una “scelta naturale”, “benessere ed ecologia a tavola”, i “prodotti che vengono dall’oasi ecologica”. Cosa c’è di vero in questa immagine promozionale che un numero crescente di aziende adotta per i propri prodotti? Innanzi tutto in alcuni casi è la pubblicità stessa a svelare la contraddittorietà del proprio messaggio. Come può definirsi naturale un’insalata preconfezionata che “si conserva anche un anno e mezzo senza refrigerazione”? o un latte fresco “che dura una settimana”?. Oppure: cos’ha di naturale un’acqua minerale che porta scritto (molto più piccolo ovviamente), “addizionata con adridide carbonica” e magari ha viaggiato su gomma per migliaia di chilometri?

Secondo un’indagine condotta dall’Istituto di Studi politici, Economici e Sociali, circa il 90% dei consumatori intervistati sono disposti a spendere di più per avere prodotti sani e naturali. Secondo un’altra indagine – della GPF & Associati – alla richiesta sulla disponibilità a pagare il 30% in più per prodotti sicuramente naturali, i consumatori rispondono: “si molto” (38%), “si abbastanza” (44%), “si poco” (14%), “no per niente” (4%). C’è il sospetto allora (e forse è più di un sospetto soltanto) che quell’inflazione di slogan pubblicitari, ruotando intorno al concetto di naturale, servano a giustificare un sovrapprezzo, che andrà anche a finanziare i costi della pubblicità stessa.

Fino a due secoli fa le carenze nell’alimentazione costituivano uno dei problemi più gravi e i miglioramenti ottenuti in questo campo a cavallo fra il Settecento e l’Ottocento, sono stati il fattore principale del miglioramento della salute e del prolungamento della vita in Europa. Se però allora il problema era la scarsità di cibo a disposizione della maggioranza della popolazione, oggi nei paesi occidentali succede l’opposto. La nostra dieta è squilibrata per eccesso di consumo in generale e di alcuni cibi in particolare. Ma a non aiutarci, anzi a confonderci, sono anche i suddetti slogan che mascherano la vera natura dei cibi.

Noi crediamo di mangiare qualcosa di innocuo o addirittura di salutare perché “naturale”, ma in realtà contiene sostanze che magari vorremmo evitare.

Facciamo un esempio: il consumo di zucchero, comparso per la prima volta sulle tavole intorno al 1700 (prima infatti il consumo di alimenti dolcificanti era estremamente ridotto e si ricorreva eventualmente a frutta o miele), è andato gradualmente aumentando per poi letteralmente esplodere negli ultimi decenni. Il consumo medio per abitante negli anni ‘80 era di circa 20kg annui pro capite, oggi sicuramente superiore. Non ci rendiamo però sempre conto di come lo assumiamo perché spesso si trova nascosto in cibi di uso comune: nei prodotti da forno (biscotti, brioches,...), nelle bevande gasate (anche quelle “amare”), nei succhi di frutta industriali, nelle marmellate (fino al 70%), nei dentifrici (ma non è lo zucchero il maggior imputato all’origine della carie?), nelle conserve e nello scatolame, nei farmaci (leggere le etichette per credere!).

Ma neanche la legislazione aiuta a districarci, anzi ci inganna. Ad esempio in Italia, per ragioni economiche, l’industria chimica può produrre sinteticamente in laboratorio surrogati di rosmarino, salvia, alloro, prezzemolo e classificarli sull’etichetta come “aromi naturali”. Salvo però che la stessa etichetta, per gli stessi aromi, riporterà l’indicazione in Inglese “aromi artificiali” per la vendita all’estero (dove la legislazione è diversa).

Non parliamo poi di sostanze aggiunte per poter conservare più a lungo i cibi o per colorarli e renderli più belli, per migliorarne il sapore:

Anidride solforosa (E220): presente nella birra, nei sottaceti, nei succhi di frutta, nella frutta secca, nel vino, nelle marmellate. E’ un ottimo conservante e “sbiancante” (evita infatti l’imbrunimento), ma è sicuramente tossico. E’ facile superare la dose giornaliera ammissibile consumando, per esempio, anche solo un quarto di vino bianco.

Difenile (E230): utilizzato per trattare in superficie gli agrumi. La sua tossicità è controversa, ma è bene essere molto prudenti.

Nitrito di sodio (E250): aggiunto alle carni, specialmente se conservate, per mantenere il colore rosso vivo. Combinandosi con le ammine, sostanze presenti in quasi tutti i cibi e in molti farmaci, dà origine alle nitrosammine, potenti cancerogeni.

Nisina: antibiotico usato soprattutto nei formaggi. Come tutti gli antibiotici,specialmente se assunti a piccole dosi, provoca lo svilupppo de batteri antibiotico-resistenti e altera la flora batterica intestinale.

Gallato di ottile (E311) e butilidrossianisolo (E320): aggiunti alle patate fritte, olii di semi, dolci vari, mantengono la “freschezza” del cibo. Sono composti artificiali che il nostro organismo non è in grado di metabolizzare e perciò di eliminare. Tendono ad accumularsi nei tessuti grassi del corpo, con conseguenze non ancora oggi studiate.

Acido alginico (E400): estratto dalle alghe marine, è aggiunto a formaggi fusi, gelati, budini, creme, salse, per la sua capacità di trattenere l’acqua. Oltre a rendere morbido il prodotto, serve anche a poter vendere al prezzo del formaggio la molta acqua contenuta.

Polifosfati (E450): hanne le medesime caratteristiche tecniche dell’acido alginico, ma hanno la spiacevole proprietà di legarsi stabilmente ad alcuni minerali come ad esempio il calcio. Possono quindi contribuire al rachitismo nei bambini o all’osteoporosi negli anziani.

Mono e digliceridi degli acidi grassi (E471): sono estremamente diffusi (dolci, biuscotti, gelati, creme, pane, ...) e servono a mantenere l’aspetto “fresco” e appena sfornato a prodotti confezionati anche mesi prima. I possibili danni derivati dal loro uso continuativo e massivo, non sono stati ancora indagati.

Esaltatori di aroma: sono sostanze in grado di rendere più evidente un determinato sapore; il più famoso è il glutammato di sodio (dado da cucina), usato spesso nelle nostre cucine e presente in molti cibi pronti o precotti. L’innocuità di questa sostanza è molto controversa: esso è sicuramente responsabile della cosidetta “sindrome del ristorante cinese”, un insieme di sintomi come mal di testa, nausea, contrazioni muscolari dolorose, che colpisce i grossi consumatori di questa sostanza, come appunto i cinesi.

 Un alimento naturale è innanzi tutto integro (integrale), cioè che si presenta così come la natura lo propone, completo di tutte le parti commestibili. Inoltre essi dovrebbero essere mangiati e utilizzati dal nostro organismo con poche e semplici manipolazioni (ad esempio, cottura con acqua) o addirittura crudi. In questo modo la loro capacità di darci forza, vigore, salute, nutrimento è ancora, giustappunto, integra.

Al contrario, gli alimenti non naturali (non integrali), sono spesso eccessivamente poveri di vitamine, di sali minerali, di fibre grezze, di enzimi, di flora batterica ad opera di ripetute e profonde manipolazioni necessarie per la loro preparazione e confezionamento.

La questione non sta tanto nella carenza di questa o quella vitamina, o elemento minerale (infatti non basta aggiungere crusca alla farina raffinata per ottenere la farina integrale), ma nel fatto che un prodotto naturale costituisce un “insieme” la cui azione nel nostro organismo è molto maggiore della somma delle attività di tutti i suoi costituenti.

Un alimento naturale sarà però non solo integrale, ma anche proveniente da coltivazioni biologiche, cioè da coltivazioni caratterizzate dall’impiego di concimi organici e di preparazioni naturali (decotti e macerati di erbe appropriate, alghe e minerali polverizzati, ....) e dall’esclusione di concimi chimici, diserbanti e anticrittogamici. Analogamente, anche i prodotti animali, (carne, latte e derivati, uova, miele) possono essere ottenuti con metodi biologici, cioè escludendo forzature nella crescita con ormoni nonché l’eccessiva somministrazione di farmaci.

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